PROGETTO E PRODUZIONE NEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO

A colloquio con Jose Forjaz

Jose Forjaz à quell he is può definire un‘”autorità” per le problemmatiche legate allàrchitettura dei Paesi in via di Sviluppo. Il nostro interesse per la sua attività, che a prima vista può sembrare lontana dallo specifico disciplinare della rivista, risiede nell‘approccio rigoroso e allo stesso tempo originale con cui Forjaz affronta il tema che, con un termine abusato, viene chiamato delle tecnologie “appropriate”, dell ùso, dunque, della tecnologia in rapporto a specifici contesti ambientali, produttivi ed economici. Il suo percorso formativo del tutto originale (portoghese di nascita e di “laurea”, specializzato negli Stati Uniti, mozambicano di adozione, grande viaggiatore e attento osservatore), la sua intensa attività professionale (non mi sembra azzardato definirlo il “padre spirituale” dellàrchitettura Sud Sahariana), le sue cariche politiche (Segretario di Stato alla Pianificazione Fisica del Mozambico) e il suo ruolo di docente (fondatore e direttore dell‘ unica Facoltà di Architettura del Mozambico), gli hanno dato modo di affinare una grande sensibilità per il rapporto tra architettura, tecnologia e forma architettonica. Sensibilità che si riflette nelle sue realizzazioni sempre in perfetto equilibrio tra “appropriatezza” formale e tecnologica, tradizzione e originalitá.

La nostra rivista dedica unàttenzione particolare ai problemi delle traduzione del progetto in realtà costruttiva, ovvero del costruire oltre che del progettare l‘architettura. Lei che da decenni lavora nell‘Africa australe ritiene che questi temi assumano connotazioni diverse rispetto alla realtà europea che lei conosce altrettanto bene?
Vi sono delle differenze grandissime, principalmente legate a due questioni fondamentali strettamente interdipendenti: la prima è relativa al linguaggio architettonico e alla definizione delle forme, in un contesto caratterizzato da una assenza quasi totale di tradizione figurativa a cui far riferimento; la seconda riguarda lo specifico tecnologico, caratterizzato da una profonda arretratezza dei mezzi di produzione, da limitatissime capacità realizzative delle maestranze locali, dalla loro quasi totale assenza di specializazione. Ci troviamo ad operare, in sintesi, in un contesto estremamente povero dal punto di vista della tradizzione formale ed in presenza di forti limitazioni per quer che reguarda le tecnologie disponibili. Allo stesso tempo abbiamo bisoggno di un nuovo approccio per affrontare le inevitabili rotture con le tradizioni formali e tecniche locali, sia indigene che coloniali, dal momento che antrambi questi modelli non hanno piu la capacita di rispondere alle aspirazioni e ai bisogni materiali e cuklturali della gente. La necessitá di trovare nuove strade si presenta quindi come un compito molto arduo, che esclude l’adozione sistematica e non mediata di valore e forme importate da altre colture e socitá, in particolare europee e americane.
Un “trasferimento” culturale e tecnologico di questo tipo crerebbe infatti in questi paesi profonde distorsioni imponendo una disciplina spaziale del tutto avulsa dal contesto che aggraverebbe, piuttosto che alleviare, le già drammatiche condizioni di vita delle popolazioni locali. Un tipico esempio di questo equivoco tecnico-culturale è dato dall`uso massiccio delle lastre di cemento armato per la realizzazione di coperture piane; in questi paesi dalle piogge torrenziali é infatti motto più ragionevole realizzare coperture leggere a falde. Credo che il nostro ruolo di architetti che operano nel terzo mondo debba avere alla base una profonda comprensione della caratteristiche economiche, social, culturali, delle società nelle quali lavoriamo, per trovare soluzioni “autonome” adequate.
Ma, come dicevo, il problema dei limiti tecnologici e fortissimo, a volte insuperabili ed influenza tutte le scelte architettoniche. In alcune realtà quale ad esempio quella del Mozambico, paese nel quale opero maggiormente, con la fine del colonialismo portoghese vi è stato anche il completo disfacimento dell‘intero apparato costruttivo nazionale: imprenditori, capicantiere, architetti, artiagini sono fuggiti, perché rimasti senza lavoro.

Un contesto, dunque, stretto tra povertà di riferimenti formali da un lato e limitatissime possibilità tecniche dall‘altro; il dubbio che viene à che in queste condizioni la buona architettura possa solo ambire, nel migliore dei casi, a una interpretazione “corretta” delle specifiche esigenze locali, ad esempio di quelle climatiche che sono particolarmente condizionanti. Lei pensa che in questo scenario esistano dei margini per una dimensione creativa e innovativa dell‘architettura?

Questi margini esistono, dal momento che I limiti tecnologici non devono automaticamente essere considerate limiti alla criatività. É infatti possibile realizzare una buona architettura anche con mezzi molto limitate, come dimostrano numerosi esempi. Bisogna però imparare a progettare e a realizzare in condizioni disagiate. Ad esempio, per quanto riguarda làpprovvigionamento dei materiali e dei componenti spesso non è possibili reperire I cataloghi e i campioni; inoltri nel caso dei materiali importati non vi è la possibilità di rimandarli indietro se non respondono alle aspettative. Questi sono solo alcuni dei problemi che troviamo di fronte ogni giorno nella nostra professione.

Vi è poi la questione, alla quale ho già accennato, delle scarse capacità delle maestranze, che ha come diretta conseguenza anche il limitato rispetto delle indicazioni dimensionali del progetto. Una sorta di “pressappochismo” che si misura nellòrdine dei centimetri, a volte delle decine di centimetri. In fase di progettazione e dunque necessario pensare alla possibilità di assorbire tali erorri e in cantiere provare a porvi rimedio imparando a trasformare lo sbaglio del costruttore in un nuovo elemento compositivo. Talvolta da questi errori può addirittura nascere qualcosa di buono.

A me è sucesso recentemente, nel corso della realizzazione di una chiesa, di trovare in cantiere una differenza di 15 cm. rispetto ai disegni esecutivi in un muro di 30 m., fatto questo per nulla staordinario, e finestre poste ad una altezza superiore di 50 cm. rispetto a quella indicata. Per questi motivi io passo molto tempo in cantiere seguendo la realizzazione dei miei progetti, a controllare agli operai come si eseguono determinate lavori.

In questi paesi esequire la direzione lavori, che è anche in qualche misura, una direzione del cantiere, è di fondamentale importanza. Ma devo dire che io amo questa parte più pratica del mio lavoro e considero importante per un architetto conoscere lòdore dei materiali, i segreti della loro posa, come cambiano colore secondo il tipo di finitura... in somma padroneggiare appieno la “materialità dei materiali”.

Tornando però al discorso delle maestranze è necessario dire che in Mozambico è oggi in atto uno sforzo, da parte di certa imprenditoria, verso una profonda trasformazione; visto infatti il totale fallimento delle imprese publiche è cominciata, dopo una generale svolta politica nel governo dellèconomia, una progressiva privatizzazione del imprese di costruzione che sembra dare i primi frutti

Abbiamo fino ad ora parlato della capacità delle maestranze locali. Quale è invece il livello professionale delle molte imprese straniere che operano nel terzo mondo ed in particolare nelle zone nelle quali lavora?

Le imprese straniere vengono a lavorare nei paesi “ in via di sviluppo “ perché possono praticare prezzi alti ed avere conseguenti margini di profitto. Il problema è che il controllo sul loro operato è praticamente nullo, per la mancanza di adeguati strumenti normativi, contrattualli e capitolari. Il resultato è che i lavori sono molte volte eseguiti in modo non corretto. Non vi sono standard qualitativi da rispettare, per cui la maggior parte delle imprese straniere opera di conseguenza. Nel caso del Mozambico queste imprese devono inoltre associarse con imprese locali.


Nello studio di Maputo, anche in prenza di molte commesse, lei fa tutto da solo: dalla progettazione di massima ai particolari scala 1: 1, ai contatti con i clienti, l‘impresa, i fornitori. Questa organizzazione estremamente artigianale è una pecularietà del suo modo di lavorare o è dettata dalle condizioni nelle quali si trova ad operare?

Tutte e due le cose. Certamente io amo controllare in prima persona tutte le fasi del processo, ma è anche vero che non è facile trovare dei collaboratori validi. Basti pensare che in Mozambico esistono in tutto cinque architetti!
Ma travalcando i limiti della situazione locale e riferendomi a contesti più sviluppati, io penso che benché la progettazione abbia necessariamaente bisogno di apporti specialistici, ciò non deve assolutamente portare làrchitetto alla rinuncia del controllo dell ìntero processo. Infatti questa “delega” agli specialisti si configura talvolta come vera e propria rinuncia, forse dettata dall´incapacità o dalla volontà di non interferire con il lavori altrui. Io credo che l`autonomia e l`invenzione creativa dell `architetto debbano essere salvaguardate. Questo non vuol dire che il suo operato non si debba integrare con quello degli specialisti, ma di certo non deve soccombere alle loro richieste.

Lei è anche il fondatore e il direttore dell´unica Facoltà di Architettura del Mozambico, che quest ´anno ha laureato I primi architetti di formazione mozambicana. Ritiene esistano obiettivi e metodi specifici nella formazione di un architetto mozambicano o, più in generale, del “terzo mondo” rispetto a quelli europei?

Il primo problema che ci troviamo ad affrontare è che il background dei nostri studenti è estremamente limitato. Esistono inoltre non pochi ostacoli da superare nella loro formazioone tra quali la difficolta´di reperire teste sui quali possano studiare, documentarsi. Difficoltà che si somma ad una sostanziale impossibilità di viaggiare, di conoscere di personna realtà diverse da quella nella quale vivono.
Ma soprattuto pesa sulla loro formazione il problema di fondo dei modeli culturali e spaziale cui far riferimento, la questione della trasferibilità di modeli occidentali cosi lontani dalle necessità locali, il problema della specificità dell‘architettura tradizionale subsahariana, spesso altrettanto incompatible con le esigenze contemporaneo delle giovani società dell´Africa australe.

Inoltre ad un architetto europeo o americano non si domanda di saper realizzare concretamente un muro o un intonaco, mentre qui in Mozambico questa capacità di eseguire materialmente determinate lavori è quanto mai necessaria.

Vi è poi il problema della docenza che crea non poche difficoltà: atualmente infatti non vi sono all ‘interno dell ‘università docenti locali, quasi tutti i professori vengono dall‘esterno e si fermano pochi mesi, a volte qualche settimana, e spesso non ritornano agli anni sucessivi. Oltre ad esserci una discontinuità nell‘insegnamento c‘e anche, alcune volte, una incapacità a cogliere la specificità della situazione. Spero che questo problema verrà però risolto in breve tempo, quando cioè i nostri primi laureati saranno in grado di essere a loro volta inseganti.

JOSÉ FORJAZ

© JOSÉ FORJAZ ARQUITECTOS 2004